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Chi sa fa, chi non sa insegna

By On 24 giugno

"Ciao Cris, per caso tu conosci xxxxxx ?"
"No perché?", 
"Tiene un corso che mi interessa. Pensavo di iscrivermi ... ti giro il link, dimmi cosa pensi".

Clicco sul link. Si apre una home page accattivante piena di icone colorate, uno di quei siti che "fanno figo" per intenderci.

Esploro velocemente il sito, poi vado alla pagina del corso.
Leggo. Rileggo una seconda volta e poi una terza, un fiume di frasi ad effetto copia-incollate da altri siti web.

Ci trovo anche qualcosa di mio ... Di solito mi fa  piacere che altri usino la farina del mio sacco, vuol dire che è di qualità, ma qui ... Insomma, parliamoci chiaro, usasse ciò che copia per imparare, ma non fa nemmeno quel piccolo sforzo ... Ha trasformato qualcosa di buona in spazzatura.

Riavvio Telegram e digito velocemente: "Lascia perdere, non varrebbe la pena di iscriversi a questo corso nemmeno se ti pagassero per farlo ..."

Chi sa fa, chi non sa insegna...

Pubblicare un video su YouTube non fa di noi esperti di marketing, avere una profilo Facebook con 3000 amici non fa di noi dei social media manager, scrivere un tweet non fa di noi dei giornalisti, commentare post di ricercatori su LinkedIn non fa di noi dei comunicatori scientifici ...

Potrei continuare all'infinito, il web è pieno di questa spazzatura e purtroppo non si è ancora arrivati alla punta dell'iceberg.

Dedicato a te che non sai, ma insegni.





La droga si compra con la carta di credito

By On 24 giugno



Madre e figlio discutono la cronaca locale.

Impossibile ignorare il loro vociare concitato, così appoggio il libro e mi accingo ad ascoltare quegli sconosciuti chiassosi e sboccati, che sostituiscono la punteggiatura con imprecazioni mentre dispensano perle di saggezza come: "#*#! Nessuno nasce imparato #***! "

L'oggetto del loro interesse è la notizia del fermo di alcuni minorenni che spacciavano droga ai compagni di scuola.  Ma non è sul come questi ragazzini siano diventati dei pusher che si stanno interrogando, la loro attenzione è tutta sugli acquirenti.

"Come #!**% fanno dei ragazzini a comprare la droga" - sbotta la madre - " Chi #!**% gli dà i soldi per comprarla? A quell'età non possono procurarsi i soldi"

Il figlio, più "imparato" su come va il mondo, risponde: "Guarda che i ragazzi adesso comprano quello che vogliono con la carta di credito della nonna"

Trattengo a stento una risata pensando agli spacciatori che accettano le contact-less: Come è cambiato il mondo! Ai miei tempi la carta veniva usata per preparare le piste di coca :D

Povero cucciolo abbandonato in casa

By On 24 giugno

Condominio al mare, le famiglie si avvicendano ogni settimana. Da qualche giorno è arrivata una famiglia con due ragazze adolescenti e un cane.
Il regolamento condominiale vieta di portare animali, ma si sa tutti lo fanno e comunque non hanno mai dato fastidio a nessuno.
Questo però è un caso diverso, questa famiglia il cane non lo porta nella doggy beach, lo lascia solo in un piccolo caldo appartamento. Lo so perché lo sento piangere tutto il giorno.

Non posso più tollerarlo. Non parlo del cane, parlo del fatto che lo trascurino così.

Fermo le due ragazze mentre stanno aspettando l'ascensore e chiedo a bruciapelo: "È  vostro il cane che si sente abbaiare?
"Sì, perché?" mi risponde una delle due ragazze.
"Perché volevo avvisarvi che appena lo lasciate solo inizia ad abbaiare e guaire senza sosta e non smette fino a che non tornate"
Ride e minimizza:"Ma porti pazienza, tanto tra tre giorni ce ne andiamo"
Che razza di risposta è questa - mi chiedo - anzi glielo chiedo, e ribadisco: "Guardi che il cucciolo abbaia giorno e notte"
"E noi che cosa ci possiamo fare?"
"Non lo so, dovreste saperlo voi, il cane è vostro"
"Ma è un cane non si può farlo smettere di abbaiare", risponde con strafottenza guardandomi con la condiscendenza che si riserva a chi proprio non ci arriva.
La tentazione di risponderle male è grande, ma mantengo la calma e le dico: "Forse se non lo lasciaste continuamente solo non abbaierebbe così, magari potreste portarlo con voi ogni tanto".
Lei sbuffa e mi chiede sprezzante: "Scusi, ma lei ce l'ha un cane?"
"No" - rispondo - "Non più, ma quando ce l'avevo me ne prendevo cura".
Mi guarda dall'alto in basso, sbuffa infastidita per l'ennesima volta e se ne va.

Il cane intanto,  solo nell'appartamento, riprende il suo lamento straziante ...

Sacchetti biodegradabili o verdure prezzate una a una?

By On 04 gennaio
Il balzello dei sacchetti di plastica ci ha fatti arrabbiare, ammettiamolo! Agli aumenti di inizio anno delle bollette siamo abituati, come siamo abituati a tutta quella serie di aumenti a catena che derivano dall'adeguamento delle tariffe autostradali, e siamo abituati ad affogare nelle tasse ... Accettiamo tutto con rassegnazione, ma il balzello sul sacchetto questo proprio no!

Non ne facciamo una questione di soldi, ma di principio.

Perché questa volta è diverso, questa volta non ci sentiamo impotenti davanti a questo Stato corrotto che erode i nostri risparmi, questa volta sentiamo in cuor nostro di poter fare qualcosa. Qualcosa di piccolo come prezzare le arance una ad una, ma pur sempre qualcosa. Insomma, questa volta ognuno di noi può protestare rallentando le code alla cassa e mandando un segnale senza bisogno di scendere in piazza.

E allora ecco che mentre i giornali si affannano per rassicurarci sul fatto che questa legge non è affatto una regalia a Catia Bastioli - AD di Novamont, unica azienda produttrice del sacchetto obbligatorio - noi facciamo la coda pazienti per prezzare singolarmente ogni frutto e vegetale del nostro carrello e guardiamo con disapprovazione chi usa il sacchetto.

A nulla vale che il poverello di turno si giri e con sguardo di scusa ci dica: "Mi scusi, ma sa io poi questi sacchetti li uso per riciclare l'umido", noi abbiamo la risposta pronta: "Non può riciclarli nell'organico con l'etichetta sopra!"

Ma girando per i supermercati c'è anche chi dimostra di aver letto la famosa Direttiva Europea alla quale il nostro governo dice di essersi adeguato, e di aver capito che la riduzione dell'uso dei sacchetti di plastica può essere promossa con scelte altrettanto ecologiche anziché con balzelli dal sapore medievale.
Immagine di Lucia Borgonzoni - Link all'originale 

A nessuno piace sentirsi trattati da stupido da una legge lo obbliga a fare ciò che farebbe volentieri  per  senso di responsabilità civica se solo glielo chiedessero. Ma che siamo sostenitori del #boicottmarketbag o paladini difensori della Legge, con tutta questa polemica ci stiamo allontanando dal problema principale e - così come è già successo per i vaccini - anziché cercare soluzioni ci riversiamo nei social media dove ci schieriamo in fazioni e passiamo il tempo ad offenderci a vicenda.
Per cui smettiamola di fare il loro gioco, smettiamola con le offese, ma attiviamoci e chiediamo ai nostri supermercati di offrirci soluzioni alternative, oppure torniamo dal nostro caro vecchio fruttivendolo che ancora ci permette di usare la nostra borsa di tela.



Punti di vista

By On 15 novembre
Lo ammetto oggi è una di quelle giornate in cui non mi riesce di tenere la bocca chiusa. Vorrei impormi di farlo, ma la petulante che è in me emerge mio malgrado.

Di solito non mi fermo agli stand promozionali all'interno dei supermercati, ma quella ragazza mi ha provocata con il suo slogan .
"Signora!" -  Ha quasi urlato con la sua voce squillante - "Vuole provare il nostro nuovo shampoo naturale? È completamente privo di chimica!"
Lo so avrei dovuto sorridere consenziente come al solito e passare oltre e invece no! Ho guardato quella povera vittima sacrificale, le ho sorriso pregustando la discussione,  e ho detto: "Se è naturale, allora è chimica!"
"No, no!" - risponde subito lei- "Le assicuro che è completamente privo di chimica!"

Senza addentrarmi in una dettagliata descrizione della composizione in elementi di un corpo umano le faccio notare che noi stessi "siamo chimica" e che il prodotto che lei sponsorizza è probabilmente un prodotto con tensioattivi vegetali, ma sicuramente non privo di chimica.
Lei non si sposta dalla sua posizione e mi fa vedere l'etichetta del flacone nel tentativo di convincermi.
Non demordo, ma lei rinuncia quasi subito a controbattere, mi lancia uno sguardo scocciato e si gira per richiamare l'attenzione di un altra cliente.
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Circa mezz'ora dopo mi fermo a prendere il caffè al bar del centro commerciale,  intravedo la ragazza dello shampoo "senza chimica" seduta ad un tavolino vicino al bancone con un'altra promoter.
Mentre aspetto di essere servita la sento dire: "Mi è capitata una vecchia scema che mi ha tirato un pacco sulla chimica. Ho provato a spiegarle il prodotto, ma non capiva niente!"

Sorrido.  È una questione di punti di vista ;)


Un gatto non ama, si fa amare

By On 15 novembre
"Io e il mio compagno abbiamo preso un cane" - dice la ragazza seduta davanti a me alla sua amica - "Sai, è per fare pratica prima di avere un bambino..."
"Noooo, anche noi", risponde l'amica.

Avevo deciso di leggere e ignorare il loro cicaleccio per la durata di quel viaggio in treno, ma quella frase ha risvegliato la mia curiosità e, non lo nego, mi ha anche divertita.
Le ascolto con attenzione mentre si scambiano notizie sui loro surrogati di pargolo e consigli sui negozi più forniti di mantelline e cappellini anti pioggia per cani.
Sembrano due neo-mamme felici e d'un tratto non riesco più a fare a meno di impicciarmi degli affari loro e esordisco dicendo: "Se volete sapere come sarà la vita con un figlio dovreste fare pratica con un gatto, non con un cane".

Mi guardano attonite, forse anche un po' scocciate per l'intromissione, ma troppo educate per dirmi di pensare ai fatti miei. Anzi, mi invitano a continuare e mi chiedono il perché ...

"Perché un gatto?" - rispondo - "Perché un gatto ti sveglia la mattina alle 5 perché ha fame e non ti lascia in pace fino a che non ti alzi;
un gatto è delicato sul cibo e non c'è verso di fargli mangiare qualcosa di diverso da quello che ha deciso di mangiare;
un gatto pretende le coccole proprio nei momenti in cui tu hai altro da fare;
un gatto vuole sempre la tua attenzione;
un gatto salta e corre per tutta la casa sempre nei momenti in cui hai bisogno di pace;
un gatto non socializza con i gatti dei tuoi amici;
 un gatto non si lascia fare il bagnetto nemmeno se è completamente infangato;
un gatto fa sempre ciò che vuole e si ribella se cerchi di imporgli qualcosa;
un gatto non scappa quando combina un guaio, ma ti guarda con aria innocente;
un gatto esce tutta la notte e torna al mattino e se non lo vedi ti preoccupi perché pensi gli sia successo qualcosa;
un gatto non ama, ma sa farsi amare incondizionatamente ... proprio come un figlio!

Riproduciamoci. Servono laureati sottopagati

By On 07 ottobre
Lo ammetto, quando ho visto la campagna per il "fertility day" ho taciuto.
Certo ho ridacchiato parecchio. Chi non lo ha fatto? La profilica e benestante famigliola che sorride esponendo denti frutto della paziente opera di un ortodonzista, comparata al nero e al rasta che lo sbiancamento dei denti lo fanno al massimo con lo spinello ...

Il messaggio era chiaro: "Se vivi in modo promiscuo fai figli come un coniglio ;)"

Lo so non c'è tanto da scherzare su quella campagna, ma non c'è da scherzare nemmeno in quella che il nostro governo ha avviato per promuovere gli investimenti stranieri in Italia.
Insomma, dichiarare  pubblicamente che abbiamo i laureati più sottopagati d'Europa ... bisogna essere dei geni per farlo, ammettiamolo.

Immagina tratta dall'opuscolo Invest in Italy (clicca per ingrandire)

Appena l'ho vista ho pensato:"Ci deve essere un errore... La traduzione in inglese li avrà confusi".
Ma poi ho guardato oltre la scritta, ho guardato l'immagine e ho iniziato a sghignazzare senza più ritegno.
Eh già, perchè io nella foto non vedo due giovani laureati sottopagati, ma vedo una bella ragazza truccata da un'estetista e un vitellone che la guarda con l'occhio spermatozoico.

Leggo nuovamente il titolo che campeggia su fondo bianco e mi chiedo qual'è il capitale umano e quale il talento?

Cara Privacy, da quando ho Facebook mi manchi tanto ...

By On 04 febbraio
Vi ricordate com'era Facebook tanti tanti anni fa, quando in Italia lo conoscevano al massimo 50 persone?

Allora si scriveva poco di personale, perché i pionieri del social (io per prima) venivano da anni di forum in anonimato, dove ci si conosceva solo per nickname e si credeva fermamente che niente di privato dovesse trapelare in rete a causa di quel principio fondante dell'informatica che stabilisce che nulla possa mai essere veramente cancellato.

Insomma, pretendevamo privacy e soprattutto rispettavamo la privacy degli altri. Non mettevamo mai il nostro vero nome, anche se ci si conosceva tra di noi, e non inserivamo mai il giorno del compleanno perché pensavamo che gli amici veri non hanno bisogno che Facebook dica loro di farti gli auguri, ma ti telefonano e te li fanno a voce. A quei tempi noi saremmo decisamente inorriditi all'idea che Facebook pubblicasse le nostre foto per il #friendsday...

Negli anni le cose sono cambiate. La società tecnocratica e un po' nerd (ancora una volta io per prima) ha abbandonato Facebook ed è stata sostituita da un mosaico di umanità più aperta e socievole che a volte, in buona fede e un po' distrattamente, sbatte i fatti degli altri nelle altrui bacheche.

E allora ti capita di vedere lo scontrino del Viagra che la commessa di una farmacia ha fotografato per fare vedere quanto ha speso un cliente per un briciolo di ritrovata gioventù o la foto dell'amato cane ritratto mentre è  impegnato nel rito della sua igiene intima giornaliera con, sullo sfondo, il pezzo di mutanda dell'ignaro padrone di casa che ha avuto la sfortuna di passare nel momento in cui veniva scattata (e caricata) la foto.

Ma dalle bacheche altrui cadono anche conversazioni. Qualcuna mi strappa un sorriso, come quella in cui i ragazzi si interrogano su come si facesse a trovare un percorso prima dell'invenzione di Google Maps, o quella in cui tutti deridono l'amico secchione che per una volta ha "cannato" sostenendo che il naufragio del Titanic è realmente avvenuto mentre tutti (gli altri) sanno che è un film ;).

Qualche altra mi fa scoprire che l'amica dell'amica di una mia amica è in menopausa e che lo è anche l'altra amica dell'amica di un'amica della prima amica. E io, che non conosco nessuna di loro, vengo a scoprire in modo dettagliato consistenza e conformazione dei rotolini di adipe apparsi nel loro ventre a causa del cambiamento ormonale. E, lo ammetto, mi lascio trascinare in questa follia e leggo tutti i commenti, scoprendo l'esistenza di biancheria intima tecnologicamente avanzata che una volta infilata appiattisce il ventre, alza i glutei, snellisce le cosce e fa sì che il seno sfidi la legge di gravità ...
Ahimè! Anni di lotte femminili per liberarsi dai corsetti che comprimevano il busto gettate al vento davanti al sogno del leggins modellante.

Ma ci sono anche conversazioni che mi mettono tristezza ... Mi chiedo se è proprio necessario scrivere sotto il post che annuncia la dipartita del caro estinto: "R.I.P. Non ti conoscevo, ma mi dispiace tanto", oppure: "Che lutto terribile (faccina triste) abbraccio la famiglia" e subito sotto: "ma chi era?". Il tutto seguito da una serie di immagini di angeli e cherubini che in vita non ci hanno mai assistito, ma che a quanto pare nell'aldilà ci faranno compagnia (sempre che non siano dotati di smartphone anche loro).

R.I.P cara privacy, in questo #friendsday sei l'unica amica che voglio celebrare.


Black Friday, il venerdì nero del portafoglio

By On 26 novembre
Di solito storco il naso davanti alle tradizioni americane importate nel nostro Paese. Alcune, come la festa di Halloween, le taccio di bieco consumismo.
Ma poi mi trovo davanti nuove tradizioni di importazione come il Black Friday, pur sempre consumistiche, che in qualche modo riescono ad attrarre la mia attenzione e a far breccia (ahimè) nel mio portafoglio.

Certo, sfruttare al meglio l'occasione di un black Friday è impegnativo e richiede grandi capacità organizzative. Bisogna programmare una scaletta con tutti gli orari, negozio per negozio, e stilare una lista di tutte le occasioni perché, si sa, la maggior parte di questi sconti dura solo un'ora.
Inoltre,  bisogna saper ottimizzare gli itinerari per raggiungere i negozi e i percorsi all'interno del negozio stesso, per raggiungere al più presto e prima delle altre l'agognato prodotto super-scontato.
Insomma, la donna che riesce ad aggiudicarsi cinque diverse offerte in un solo Black Friday dovrebbe inserire questa sua abilità nel curriculum vitae ...

Ma anche se non siamo portate per gareggiare in questa maratona fisica all'acquisto, nulla ci impedisce di rinunciare. Basta essere un po' geek (o nerd) e cercare le offerte migliori partecipando ai  Black Friday online. Si monitora il sito, si sceglie il prodotto e e si mette in agenda (elettronica) un alert per essere avvisate dell'inizio dell'offerta. Al segnale acustico non ci resta che cliccare il link e procedere all'acquisto. Facile e veloce.

Ancor più comodo è iscriversi a servizi come  Amazon Prime per accedere alle offerte prima degli altri o spulciare tra le varie offerte negli outlet virtuali alla caccia del regalo di Natale perfetto e super-scontato, come la Borsa Termica per Racchette da Tennis  da regalare al fidanzato tennista, il plaid da viaggio  per l'amica freddolosa, il Set di copri-mazze per il fratello golfista, e la Felpa divertente per l'amico pantofolaio. Oppure, se mancano le idee, visitare il  Negozio Moto,  Audio o  Abbigliamento.

Insomma, se riteniamo di essere predestinate  a scialacquare il nostro budget, sappiamo benissimo che non ci serve uscire da casa per cadere in tentazione. Per appagare il nostro bisogno di possedere oggetti spesso inutili, ci basta uno smartphone. E allora cerchiamo almeno di acquistare al miglior prezzo possibile, almeno potremo dire "Non l'ho mai usato, ma è stato veramente un affare!" :D

La geografia ai tempi della geolocalizzazione

By On 04 novembre
Sto andando ad Assisi, domani sarò relatore al +TEDxAssisi

Il viaggio in treno è molto lungo e ho passato il tempo lavorando, ma ora la stanchezza inizia a farsi sentire, così mi rilasso guardando dal finestrino.

I sedili vicino a me sono occupati da una coppia giovanissima e dai loro due figli. 
I due bimbi sono chiaramente annoiati. Ad ogni stazione chiedono: “Siamo arrivati?” E tra una stazione e l’altra ripetono senza sosta: “Ma quando arriviamo?’
I genitori sono stanchi e non rispondono nemmeno più. 

Ad un tratto però la giovane mamma si anima e dice ai piccoli: “Guardate si vede il mare!” I bimbi si lanciano in un cicaleccio entusiasta: “il mare, il mare, che bello” - dice il maschietto - "Ci sono anche le barche!" - replica la femminuccia. 
Altri passeggeri incuriositi si affacciano ai finestrini. Qualcuno fa anche qualche apprezzamento sul mare.

A questo punto vado in panico, devo aver sbagliato treno! 
Prendo il cellulare e mi faccio geo-localizzare da Google … Posso tirare un sospiro di sollievo, sono in Umbria e sono diretta ad Assisi.

Ripongo il cellulare in borsa  e sorrido. Trent’anni fa avrei detto: "No signora, quello non è il mare, è il lago Trasimeno”.
Ma oggi no.
Oggi assistita dalla tecnologia mi è più facile dubitare di me stessa ...



Storie di sguardi assenti e risposte imbarazzanti

By On 03 ottobre
Sono una bella coppia. Entrambi alti e slanciati, entrambi con una lunga chioma nera.
Li osservo  mentre stanno lì, seduti davanti a due tazza di caffè ormai vuote.

Lei parla, parla ... Mette insieme frasi spezzate intercalate da tanti "cioè" e "insomma", come fanno tanti altri adolescenti.

Io la osservo, catturata da quella chioma nera che ondeggia e sembra seguire il ritmo del suo discorso tanto che un ciuffo di capelli continua a ricaderle sugli occhi.

Lui la adora, glielo leggo negli occhi. La guarda con quello sguardo assente che solo gli innamorati hanno e la ascolta senza interromperla mai.
Di tanto in tanto allunga una mano incerta verso il volto di lei e le sposta delicatamente quel ciuffo ribelle dalla fronte.

Lei non si interrompe, continua il suo discorso: "Si perché, cioè, io sono una bella persona. Insomma, cioè ho tante cose belle dentro di me. E' solo, che cioè, non so come farle vedere fuori".

Lui per un attimo sembra riscuotersi dal torpore adorante, ha la soluzione! Sorride e le dice: "Fatti una lastra!"

Imbarazzata, finisco di bere il mio caffè ...

Dicono che dovrei fare la fashion blogger perchè ...

By On 07 luglio
"Eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare"; è con questo stile che scelgo i capi che indosso, ma da qui a fare la fashion blogger...

Eppure tutti mi continuano a dire che dovrei pensarci e che dovrei inserire in questo blog qualche post modaiolo.

Così da qualche giorno, quando mi sento ripetere la fatidica frase "Dovresti fare la fashion blogger", rispondo: "Dammi un buon motivo per farlo e ci penserò".

Ne è uscita una lista di ben dieci motivazioni tra l'umoristico e il faceto, che mi fanno sembrare un po' snob ... Ma voi non lasciatevi ingannare dall'apparenza ;).

10 buoni motivi per i quali dovrei fare la fashion blogger (secondo le mie amiche)

Perché gli unici sport che hai praticato in vita tua sono: equitazione, tennis e golf. Li hai scelti perché ti puoi vestire bene e non sei obbligata a indossare una tuta.[M.N.]
Perché hai una tale avversione per i leggins, che ti viene l'orticaria ogni volta che una commessa ti propone di indossarli. [M.B.]
Perché non indossi mai calze con trama superiore ai 15 den, nemmeno se infuria una tempesta di neve [A.P.]
Perché quando siamo andate all'Oviesse tu hai detto: "Guarda che carini questi prendisole da spiaggia!" e io ti ho provocato uno shock culturale rispondendoti: "Lo sai vero che le donne li indossano come abiti da città?" [E.M.]
Perché quanto siamo entrate nel negozio di articoli sportivi per cercare un cappellino da golf in cotone egiziano, la commessa, non disponendo dell'articolo, ti ha proposto in sostituzione un berretto in acrilico nero. Ti ho fatto uscire, o le avresti tenuto una lectio magistralis sui cappellini sportivi. [C.S.]
Perché davanti alla cliente indecisa sull'outfit da scegliere, la commessa le ha detto: "Venga che chiediamo consiglio a quella signora che si veste sempre benissimo". Qualche tempo dopo  la commessa ti ha detto che quella cliente era tornata e di fronte all'ennesima indecisione aveva chiesto di te. [E.R.]
Ricordi quando siamo andate in camiceria per acquistare una camicia in lino e la commessa ti ha dato un camicione largo e lungo fino al ginocchio? Tu le hai detto con gentilezza che sei troppo minuta per quel modello e lei ti ha risposto in malo modo: "Ma va indossato con i pantaloni, non certo con la gonna che ha addosso! L'importante è che si arrotoli i pantaloni alla caviglia!". "Non è il mio stile", hai risposto con un sorriso tirato. Quando siamo uscite mi hai detto "Quella ragazza dovrebbe arrotolare i pantaloni, intorno al collo però. Le impedirebbe di dire stupidaggini". [R.V.]
Perché quando ci siamo incontrate a Venezia in una giornata di acqua alta, tu indossavi un tailleur elegantissimo e stivale di gomma coordinato. Ti ho fatto notare la "sciccheria" e tu mi hai risposto seria: "Le calamità naturali non sono un valido motivo per non abbinare le scarpe all'abito". [P.D.M.]
Perchè gli unici tronchetti ammessi in casa tua sono piante o dolci natalizi. Ammetti i polacchini, ma solo con i pantaloni. [R.D.]
Perchè in oltre mezzo secolo non hai ancora capito che indossare più capi di maglieria uno sopra l'altro è una libera scelta e non il risultato di un causale rotolarsi nell'armadio sperando che qualcosa ti resti appiccicato addosso. [l.G.]

Vita da nomadi. Dal mio diario:Tanzania

By On 16 giugno
Un unico tweet di un amico e i ricordi si affollano impetuosi nella mente.
 #Mwanza I missed you !!! #academicnomad at his final destination :-) #ShareAndMeet
- Matteo Botteghi (@MatteoBotteghi14 giugno 2015.
Cerco il mio diario, sfoglio le pagine ... Mwanza, Mwanza ed è subito un tuffo indietro nel tempo

Anno 1987

Finalmente in Tanzania. Dopo un lunghissimo volo, Via Parigi, atterro a Dar Es Salaam la più grande città portuale dello Stato, più grande persino della capitale Dodoma.

Scendo dall'aereo e respiro a pieni polmoni quell'aria africana così ricca di ossigeno e pregna di tutti quegli odori che in Europa non esistono più. 
Sono stanca e per niente galvanizzata all'idea di sottopormi ai lunghi e minuziosi controlli doganali.
Bagagli, passaporti, documenti sanitari, tutto qui viene vagliato con la classica lentezza africana, che un europeo potrebbe scambiare per indolenza.
Ma è solo uno stile di vita. Qui il motto più comune è "Haraka haraka, haina baraka"  (più hai fretta, più lento vai) e ogni frase è intercalata da “Pole, pole msuri" (prendila con calma).
Mi rassegno e attendo paziente di potermi imbarcare sull'altro aereo che mi attende: un piccolo monomotore con quattro posti.
Finalmente salgo, ma per qualche strano motivo il portellone si chiude di colpo dietro di me bloccandosi e lasciando all'esterno il pilota.

Karibu Afrika Cristina! (benvenuta in Africa)

Prima o poi, con calma, qualcuno arriverà ad aiutare il pilota e chissà forse riusciremo a partire, o forse no.  Mi preparo ad attendere a lungo e invece il portellone si sblocca di colpo e il pilota può finalmente raggiungermi a bordo.
Su quella specie di giocattolo sorvolo la savana africana a nord dell'antica strada degli schiavi che dal Lago Nyasa si snodava fino a Kilwa e Bagamoyo. La mia destinazione è in un punto imprecisato della regione di Shinyanga su a Nord, verso il Lago Vittoria (i locali lo chiamano Nyanza, acqua) e ai confini con il Burundi.

Penso a questa regione che sembra essere senza storia, ma che ha un passato di oppressione e di conflitti tribali che ancora oggi sfociano in massacri nei vicini Rwanda e Burundi. Qui gli agricoltori Hutu vennero assoggettati dai nomadi provenienti dai Nord: Wahuma e Watutsi che instaurarono un regime feudale che durò troppo a lungo e che fu l'origine dell' attuale antagonismo tra Hutu e Watutsi. 
E pensare che da ragazzina tutto ciò che conoscevo di questo popolo guerriero era una canzonetta di Vianello degli anni Sessanta che recitava: "siamo i Watussi, siam alti tre metri"...

Guardo fuori dall'oblò e il corso dei miei pensieri torna ai paesaggi che ho sorvolato: le bianche coste sabbiose bagnate dall'acqua limpida dell'Oceano, dove il sole riflette i mille colori dei coralli; le verdi distese della savana, ricche di mangrovie, baobab, mopane, interrotte dalle macchie gialle e azzurre dei fiori; la linea ferroviaria che collega Dar Es Salaam con Tabora e Mwanza; il corso dei fiumi; sentieri azzurri tra la vegetazione.
Ormai conosco a memoria questi punti di riferimento, sono la mia mappa.

Dall'oblò intravedo la pista di atterraggio in terra battuta tracciata in mezzo ad una rigogliosa vegetazione. Siamo a Shynianga. "Grazie al cielo questa volta si atterra nel posto giusto" penso soddisfatta. Qui capita di perdersi nei cieli della Tanzania e di dover atterrare in luoghi lontanissimi dalla destinazione. Il ringraziamento alle divinità è d'uopo.

Il tempo di scaricare il bagaglio e sono pronta a continuare il viaggio. Ora si va verso nord. Mi attende un lungo percorso in Jeep su piste scavate dalle piogge e piene di buche. Per quattro ore viaggio in mezzo alla savana o, come la chiamano qui, bush. Non vedo molti animali: gruppi di faraone, qualche facocero, ma niente antilopi, né i numerosi branchi di animali ai quali ero abituata in Botswana. Del resto la calura è ancora opprimente e sono lontana dalle piste dell'acqua, dove gli animali vanno ad abbeverarsi.
Gli insetti invece non tardano a manifestare la loro fastidiosa presenza, e già le prime mosche tse¬tse entrano dal finestrino e iniziano a lasciarmi dolorosi forellini sulla pelle.

Dopo qualche ora incrocio i primi villaggi, ma sono ancora lontana dalla missione. Lo capisco perché le donne indossano solo un Kanga, un coloratissimo telo avvolto intorno ai fianchi, e stanno a seno scoperto. Chi abita vicino alla missione tende a coprirsi, un'abitudine frutto delle colonizzazioni tedesca e inglese, ma anche dell'opera dei missionari.
Nessuno però è riuscito a trasformare lo stile di vita locale, la vita del pole, pole del villaggio, del pombe (birra locale) e delle ngoma (le danze tradizionali) vere e proprie celebrazioni al suono della musica pulsante di fischietti, miramas (una specie di xilofono in legno), e tamburi di tutte le forme e dimensioni.
Anche se un quarto della popolazione in seguito all'opera dei missionari è divenuta cattolica, resta comunque profondamente animista. La felicità va trovata nell'armonia della natura.
La magia è praticata e temuta e lo stregone è ancora lo sciamano del villaggio, oltre che indovino. Tutte le cerimonie legate a nascite, matrimoni, morte sono celebrate con pratiche tribali e non cattoliche.

Finalmente il viaggio ha termine, sono arrivata alla missione cattolica di Ushirombo. Donne, uomini e bambini mi attorniano vocianti, urlando festosi "Karibu mama" (benvenuta). Dietro a loro Padre John, il vecchio missionario ormai cieco, mi invita all'interno della missione, costruita in mattoni, ma con il pavimento in terra battuta.
Bevo mezza caraffa d'acqua fresca e poi  raggiungo gli altri nell'accampamento allestito poco lontano dalla missione. I fuochi sono già accesi per la notte, servono a tenere lontani i leoni.
Non ci sono molte comodità e nemmeno molto cibo. Non ci sono fiumi vicini per pescare, ma si può cacciare la selvaggina e la missione ha un piccolo shamba, un pezzetto di terra dove vengono coltivate patate, fagioli e cipolle e in natura c'è abbondanza di frutta.

Domani andrò al mercato, magari comprerò qualche papaya e se ho fortuna anche un ananas.
Ecco che la mente vola ancora. Vedo con gli occhi della memoria il mercato locale, riesco quasi a percepirne gli odori.
Ricordo il banchetto che vende tre frutti della passione, piccoli frutti dalla scorza rigida e arancione che contengono una sostanza trasparente e gelatinosa dolcissima, e un unico“cuore di bue” il frutto dalla forma di un grosso cuore, con la scorza verde e l'interno costituito da una polpa bianca di consistenza burrosa.
Poco più avanti c'è il banchetto della donna che vende le uova e qualche mazzetto di ncicia l'erba selvatica che ha un vago sapore di spinaci. Su un ramo basso del baobab poggiano le rastrelliere di pesce secco che arriva dal lago e a terra v'è qualche cesto ricolmo della leccornia locale: termiti e caterpillar, grossi bruchi dalla corazza nera, dura e lucida.
La bimba incaricata della vendita del latte siede tra i secchi più grandi di lei. Ma non si sa mai se è latte appena munto o se vi è stata aggiunta urina di capra per conservarlo.
 E poi poco più in là, ai limiti del mercato, rivedo i negozietti di fango dove si vendono farina, riso e carne.
Il riso non viene venduto a peso, ma a misura. La misura è una vecchia lattina arrugginita e spesso fangosa poggiata sopra i grossi sacchi di iuta brulicanti di vita. Non smetto mai di stupirmi della grande varietà di insetti ospitata in quei sacchi di riso.
Le carni marcescenti, invece, fanno bella mostra di sé sopra un telo steso terra. Quando ci si avvicina il manto brulicante di mosche che ricopre la carne si solleva per un attimo, assumendo un colore iridescente sotto i raggi del sole.

Un richiamo mi riscuote dai miei pensieri, è ora di cenare. Al resto penserò domani.

Domani, domani...

La mente vola ancora. Ricordo la prima volta che sono arrivata in questo Paese dove i bianchi non erano i benvenuti. Sì c'è razzismo nei confronti dei bianchi in questo Paese, ma non a causa della deportazione degli schiavi o del colonialismo.  No, il razzismo è solo un pretesto per giustificare il bisogno di questa nazione di essere autonoma.
Dopo anni di lotte tribali tra Kamba, Nyamwezy e Yao; guerrieri e commercianti di schiavi; Zulu Hehe e Nyamwezi,; Masai e le molte altre etnie di ceppo Bantu; focolai di rivolta contro i Tedeschi; lo spirito del Paese si è unito sotto la fiaccola del Uhuru na Umoja (libertà e unità) e, nel 1961, sotto la guida politica di Julius Kambarage Nyerere, e con l'appoggio deIl'ONU, il Tanganika è diventato stato indipendente assumendo il nome di Tanzania.

Nyerere. Ha conquistato gli animi con la politica dell'Ujamaa, la famiglia allargata al villaggio dove la terra viene lavorata da tutti e i suoi frutti condivisi. E ha nazionalizzato industrie, banche, commercio, rifiutando gli investimenti stranieri soprattutto quelli americani ed europei.
Nei giornali hanno persino scritto: "E' scientificamente provato che la farina mandata dagli U.S.A., provoca gravi menomazioni e deformazioni, come il mongolismo e la poliomielite".
La propaganda è giustificata dal bisogno dell'autogoverno.
Ma il sogno di Nyerere di meccanizzare l'agricoltura per invitare i contadini a restare nelle Ujamaa, non dura a lungo. I trattori forniti ai contadini per soppiantare gli animali da giogo, si rompono e non esistono tecnici per la manutenzione nel Paese, non esistono nemmeno i pezzi di ricambio. La benzina non arriva. Mancano le strade e i trasporti sono difficoltosi e costosissimi.
Si coltiva caffè, ma mancano le fabbriche per la torrefazione e mancano anche lavoratori con specializzazioni tecniche e amministrative.
La Tanzania esporta così caffè, cotone, tabacco e noccioline a basso costo, e importa a prezzi altissimi la tecnologia di cui ha bisogno, ma anche i generi di prima necessità.

Ma ora siamo alla fine degli anni Ottanta. e molte cose sono cambiate. Grazie agli investimenti stranieri, soprattutto italiani, è iniziata la costruzione di strade e aeroporti, le tasse di importazione sono meno gravose, gli scambi commerciali favoriti, si sfruttano le ricchissime miniere di ferro e carbone in sostituzione di quelle di oro e diamanti da tempo esaurite.
Certo c'è anche l'altra parte della medaglia. Con i soldi dei bianchi  si alimentano anche il mercato nero, le lungaggini burocratiche mirate all'ottenimento di bustarelle, la corruzione ...

"Mama Haraka, njoo ule chakula" - una voce squillante mi ricorda che la cena è pronta.
Metto da parte i miei pensieri e mi avvio.

La polvere rossa si solleva ad ogni passo e si deposita sulle mie espadrillas. "Chissà come mi è venuto in mente di acquistare delle espadrillas bianche per vivere in mezzo a tutta questa sporcizia", penso.
Si, qui il vero problema è l'igiene. Manca l'elettricità, non esiste un acquedotto, né una rete fognaria.
L'acqua viene raccolta dalle pozze, ma è contaminata. Le epidemie di colera hanno un andamento stagionale, come l'influenza in Europa.
Non ci sono vaccini per gli africani. Vaccini e farmaci sono costosissimi, non se li possono permettere.  Muoiono a decine, vengono accatastati nei villaggi e poi bruciati. A volte i morti vengono trasportati altrove con i camion. Sembra che non ci sia fine a queste epidemia, ma poi ogni volta i casi di contagio iniziano a diminuire e la situazione si normalizza.

Ma restano comunque il flagello della malaria, che causa tantissime morti, il tripanosoma, la malattia del sonno causata dalla mosca tse-tse, le febbri tifoidi, la cecità dei bambini causata dalle mosche che si affollano sui loro occhi, depositandovi le uova.
E il morbillo, credevo che il morbillo fosse una banalissima malattia che passa senza lasciar traccia. E invece qui ho scoperto che di morbillo si muore.
Ma non ci sono vaccini per questi bambini, non se le possono permettere.

"Nakuja!"(arrivo!) Urlo e questa volta sì mi affretto verso la mensa.


Era il 1987, un'altra vita.


Ti do un indizio: la mappa!

By On 01 giugno
Passeggio per le strade di Metz. Ho una mappa in mano - me l'hanno consegnata premurosamente in hotel - ma non mi serve veramente, preferisco girovagare senza meta.

Una famigliola dall'altro lato della strada sembra essersi smarrita. Si guardano intorno, poi mi avvistano. "Chiediamo a quella signora" - dice in italiano la donna.

Lui le urla dietro. E' chiaramente nervoso e inizia a inveire.
"Cosa vuoi chiederele? Non capisce un *** come tutti questi **** di francesi di **** che sanno parlare solo francese!" urla l'uomo.

Lei si avvicina lo stesso a me. Mi sorride impacciata e mi chiede: "Madame, andar basilic ... rue?" .
"Può parlare in italiano" rispondo io.

Lei acquista improvvisamente baldanza, si gira verso il marito e urla: "Parla italiano! La signora parla italiano" e poi di nuovo rivolta a me: "Sa dirmi la strada per la basilica?"

La basilica è proprio girato l'angolo, ma le faccio vedere comunque anche la posizione sulla mappa, anzi decido di regalargliela quella mappa. A me non serve.

Lei accetta felice. "E' proprio gentile!" mi dice. Il marito borbotta qualche scusa, si è reso conto che ho capito le sue invettive.
A nessuno dei due è ancora passato per la mente che una donna che parla italiano, con una mappa in mano, probabilmente è italiana e non francese.

Lei tenta di intrattenere ancora un minimo di conversazione, per cortesia. In fondo le ho regalato la mappa!
"Come mai ha imparato l'italiano?" - mi chiede.
Non resisto e le rispondo: "L'ho studiato perché volevo andare in vacanza in Italia e mi hanno detto che gli italiani non parlano francese" :)


Ma lei ce l'ha Facebook?

By On 23 marzo
Sono in coda alla cassa. Non ho fretta, mi godo quest'attimo di tranquillità.

Davanti a me  un signore anziano posa il cestello sul bancone. La commessa inizia a passare gli articoli in modo meccanico poi, all'improvviso, si ferma.
Uno degli articoli è in promozione e lei solerte avvisa il cliente: "Se ha il buono di Facebook su questo pezzo ha 10 euro di sconto".

L'anziano la guarda, sembra non aver capito.

Lei assalita da un dubbio gli chiede: "Ce l'ha Facebook, vero?"
"Feis che?" chiede lui.
"Facebook, non ha Facebook nel cellulare?" - insiste lei - "Va bene anche nel computer", aggiunge subito coscienziosa.

L'anziano la guarda imbarazzato e tace.

La commessa insiste: "Non ha un figlio o un nipote che possono darle il buono di Facebook? Lo dico per lei, perchè 10 euro sono un bello sconto e comunque vale su tutti gli articoli sanitari".

L'anziano le risponde quasi in un sussurro "Ho l'esenzione sul libretto sanitario".

Lei a questo punto è spazientita, passa l'articolo e gli dice "Guardi,  mi spiace per lei, ma devo farglielo pagare intero."

L'uomo paga ed esce con le spalle curve, lo sguardo rivolto al pavimento, come chi ha appena subito un' umiliazione.

Io mi sbrigo subito, ho solo due cose e ora ho improvvisamente fretta. Pago ed esco dal negozio. Raggiungo l'anziano signore quasi subito e lo saluto con un cenno del capo.

Lui mi riconosce e mi saluta a sua volta.

Allora rallento il passo e gli chiedo "Posso aiutarla a portare la borsa? Sembra che andiamo tutti e due nella stessa direzione".

Lui mi guarda e mi regala un sorriso sincero. E' il sorriso di chi ha compreso che non tutto è scomparso del suo vecchio mondo. 
Mi passa la borsa e ci avviamo fianco a fianco in silenzio ...

I tonnolini di Rosaria

By On 25 febbraio

Quando, due anni fa, +Rosaria Marraffino è entrata in aula la prima volta, indossava degli splendidi orecchini realizzati con tappi di latta (tonnolini).

Li ho osservati con discrezione, cercando di non farmi notare e ho iniziato la lezione. Ma mentre parlavo il mio sguardo era irresesistibilmente attratto dal ciondolio di quei cerchi colorati che danzavano ai lati del suo volto.

Molte ore di lezione dopo, mentre ci stavamo avviando verso la Specola, ho scoperto che quegli orecchini li faceva lei e che il suo sogno era quello di avviare una piccola attività commerciale.

Quel giorno abbiamo parlato di comunicazione, di sogni e di strategie e dell'idea di aprire un sito per vendere quegli oggetti  unici e irripetibili, primi fra tutti i tonnolini.

Il tempo è passato. Tra lezioni e tirocinio è arrivato il momento di discutere la tesi e quasi contemporanemante è andata a lavorare al Cern di Ginevra, il suo sogno sembrava essere stato riposto in un cassetto...

Di tanto in tanto sentivo ancoraRosaria, stava sempre in Svizzera, era cresciuta molto professionalmente e io credevo che quel cassetto non sarebbe stato più riaperto.

E invece ...
Inutile dire che ho subito esplorato Re-find, volevo dare un'occhiata rapida all'impostazione del sito e invece mi sono scoperta a guardare borse e orecchini, già con l'idea di non farmi sfuggire gli orecchini trappisti e, perchè no, abbinarli con con una borsa dove infilare il mio ultrabook ...

O forse più di una ;)

Bag S. Francesco | Collezione Twist and Shout (Credits: Rosaria Marrafino | Re-find)

Congratulazioni Rosaria, sono veramente felice di aver incrociato la tua strada!


Nuove professioni nate dalla lingua inglese

By On 02 febbraio
Una volta quando i Curriculum Vitae erano di carta facevamo tutti lavori poco creativi: segretarie, impiegati, ragionieri, assistenti, direttori.

Poi è arrivato internet, sono apparsi i social media e con essi anche Linkedin.
E tutto è cambiato!
Le vecchie mansioni sono state relegate alla banale sfera dell' economia reale e migliaia di inoccupati si sono riversati in rete impreziosendo il loro curriculum con nuove creative funzioni, rigorosamente in lingua inglese, che testimoniano alternativamente:

a) una pregressa esperienza lavorativa in un'altra galassia
b) una vita passata a leggere fumetti
c) l'utilizzo di Google Translate

Ammetto che non invidio chi lavora nelle agenzie interinali. Mi sono spesso chiesta come fanno a capire quali competenze si nascondono dietro qualifiche come:

  • "Senior Kindle Evangelist"
  •  "Mobile Sensei"
  • "Chief Marketing Guru"
  • "Retail Jedi"
  • "Accounting Ninja"
  • "Professionalist International and world-wide optical and vision-focused tenured professorship"
  • "Patron Saint of Academic Studying"
  • "Bread Scientist" (sì avete capito bene, l'ex-panettiere è ora scienziato del pane)
Questo fino a quando, passeggiando per il centro,  ho visto con la coda dell'occhio un cartello con un'offerta di lavoro: " Ricerchiamo Partner Territory Menager", scritto proprio menager, (in inglese: "Area Manager").


E tutto è diventato chiaro!
Reclutatori e inoccupati si capiscono al volo perché parlano lo stesso tipo di inglese :). 

Mi resta solo un dubbio. Chi valuterà se il candidato possiede veramente una "buona conoscenza della lingua inglese" ?


Vita da scrittore. Il racconto della nascita di un libro

By On 14 gennaio

30 aprile 2014. 

Scorro velocemente le email e una attira la mia attenzione. E' una missiva scritta con stile e garbo, che solletica il mio ego con una proposta di collaborazione dove, cito testualmente, non "sia la vil pecunia a farla da padrone, ma la soddisfazione di un lavoro autoriale".
Mi prendo un po' di tempo per pensarci e mi dedico ad altro, ma queste parole continuano a ronzarmi in testa e alla fine decido di telefonare all'autore della mail: Tiziano Cornegliani.
Parliamo a lungo, tastiamo entrambi il terreno, ma è innegabile che siamo sulla stessa lunghezza d'onda e, mentre converso amabilmente con lui, so già che accetterò la sua proposta di scrivere un libro a quattro mani.

29 maggio 2014

Tiziano sottopone la proposta editoriale all' Editrice Bibliografica , io incrocio le dita e resto in attesa ...


28 giugno 2014

L'editore finalmente ci risponde. Sono interessati alla pubblicazione del libro che verrà messo in catalogo nella nuova collana dei "Mestieri del libro".  Pubblicazione prevista per l'autunno del 2015.
Sono soddisfatta, ho il tempo necessario per fare le cose con calma, ora non potrei proprio prendermi impegni perché sto scrivendo "Twitter per ricercatori".

23 settembre 2014

Riceviamo una email dall'editore che ci propone di serrare i tempi perché vorrebbe programmare l'uscita del libro nella primavera 2015.
Rabbrividisco, ma mi rimbocco le maniche e inizio a esplorare l'analitica del mio sito "TuttoSlide" per capire quali argomenti sono più interessanti per i miei lettori.
Nel libro tratterò la parte su poster e presentazioni, quindi decido di fare una lista delle chiavi di ricercata usate nel mio sito e degli articoli che superano le 10.000 visualizzazioni. Ne esce questo indice.

1 ottobre 2014

Disegno la mappa mentale che mi guiderà attraverso la redazione del libro.


6 ottobre 2014

Si inizia!
Il percorso non è privo di ostacoli. Questo libro è molto diverso dal primo, questo è un manuale che spiega passo a passo come fare e io non voglio che possa risultare noioso.

1 dicembre 2014

"Alea iacta est" è con questa frase che comunico a Tiziano di aver finalmente completato la mia parte del libro.
Il lavoro non è finito, dovrò rileggerlo, revisionarlo e fare tutti gli opportuni aggiustamenti, ma il manoscritto è completo.

13 gennaio 2015

E' ora di consegnare il testo all'editore, mi metto in viaggio verso Milano.

Milano è coperta da un'uggiosa coltre grigia, ma qui nella sede dell'Editrice Bibliografica, sono attorniata da persone solari, che scaldano il cuore con la loro disponibilità e simpatia.
Ci accorgiamo che il titolo "Manuale di redazione di un testo medico e scientifico" non comprende la mia parte e cerchiamo con l'editore una soluzione per integrare nel titolo le parole "poster e presentazioni".


Definiti gli ultimi dettagli, iniziamo a chiacchierare d'altro, l'atmosfera è conviviale e Tiziano ed io ci attardiamo a conversare. Lui racconta aneddoti simpatici, è un medical writer e ne conosce molti. Ci racconta di un articolo dove il termine "tampone faringeo" è stato tradotto con "Tampax",  per questo - dice - ha voluto inserire nel libro anche una tabella con la traduzione dei termini più usati.

Parliamo del nostro libro, ma anche di quelli scritti da altri che ci sono sembrati particolarmente interessanti. Tiziano ha addirittura raccolto i suoi suggerimenti di lettura in ordine tematico in un libro dal titolo "La farmacia dei libri: rimedi per l'anima".

L'incontro volge al termine, è ora di scattare un selfie. Ci scatta la foto il nostro editor Matteo Brambilla e scopro che anche Tiziano ha un account Twitter: @TCornegliani ;).

Cristina Rigutto e Tiziano Cornegliani 

Futuro

L'avventura non è conclusa, restano molte cose da fare: il libro verrà revisionato dall'editore, andrà in catalogo e poi ci sarà la promozione da fare, gli incontri nelle librerie da organizzare, la pubblicità nei social media ... ma questa è un'altra storia, chissà magari un giorno la racconterò.


Vita da cani. Schiavi della moda.

By On 05 novembre

Amo i gatti, e fino a due anni fa c'è sempre stato un gatto acciambellato vicino a me,  ma in passato ho avuto anche tre cani, quattro cavalli e, lo ammetto, anche una capra: Tommy.

Non che desiderassi una capra, ma a otto anni ero un'idealista e sentivo il dovere morale di strapparla al suo destino. Ci era stata regalata per farne un arrosto di capretto, ma dopo le mie solenni promesse di prendermene cura e il fatto che continuavo a farle scudo con il mio corpo, i miei genitori decisero di farle salva la vita.  Fu così che Tommy diventò la mia capra da compagnia e poté morire onorevolmente di vecchiaia molti anni dopo.

Mi sono abbandonata a questa lunga prefazione solo per dire che sono avvezza agli animali, e che c'è sempre stato un amico a quattro zampe nella mia vita. A quattro zampe, appunto!
Per quanto mi sia affezionata ad ognuno di loro, non ho mai considerato un animale al pari di un umano, ma gli ho sempre dato il rispetto che meritava riconoscendogli il diritto di avere biologicamente  esigenze diverse dalle mie.

Così, fatta eccezione per un'unica volta, quando a sei anni ho infilato un tutù a Malachia un gatto siamese dal carattere irascibile che mi ha ricompensata graffiandomi le mani, non ho mai reso ridicoli gli animali con ridicoli abitini.

Certo coprire un animale per proteggerlo dal freddo è importante, ma vestirlo con magliettona e leggins (mi perdoni chi lo fa) è da schizzati.

Eh già, non sto scherzando! Vedo sempre più cani vestiti come le padrone, goffi nei movimenti perché impediti dagli indumenti, o sofferenti per il caldo perché anche in piena estate sono costretti a sfoggiare il look del momento.

E quando esprimo il mio disappunto le padrone reagiscono malamente liquidandomi con sdegno e classificandomi nel gruppo degli insensibili che non ama gli animali.

E purtroppo è vero! Non amo gli animali, ma quelli a due zampe, non a quattro!

Viaggio tra i bamboccioni sfigati

By On 13 ottobre
Sono minuta e riesco a salire in treno nonostante non ci sia più posto nemmeno in piedi.
Riesco a entrare in un vagone e mi incuneo nello stretto spazio tra la porta e il sedile. Sento la voce del capotreno che ci dà il benvenuto a bordo e ci augura buon viaggio, e trattengo un commento ironico.

Mi guardo intorno alla ricerca di un angolo migliore, ma il vagone è stipato all'inverosimile. Noto subito che le persone in piedi sono tutte anziane, mentre i sedili sono occupati da giovani studenti. "Eh, già - penso - loro sono più veloci a salire per prendere il posto".


Una signora anziana dall'aria molto stanca dice al marito: "Proviamo a vedere se in un altro vagone c'è un posto a sedere, non ce la faccio più a stare in piedi". Lui prova ad aprire un varco tra i passeggeri, ma non c'è spazio per farla passare. Un signore in piedi in fondo al vagone gli urla: "Vi conviene rimanere lì, negli altri vagoni è anche peggio!".
Lei allora si guarda attorno rassegnata, tra l'indifferenza totale dei giovani seduti.

Dopo un po' decide di sedersi per terra...

I ragazzi alzano la testa dai telefonini il tempo di un rapido sguardo. Qualcuno la guarda divertito e riprende subito ad agitare i pollici sullo schermo. La ragazza seduta vicino all'anziana si gira e  la osserva a lungo con aria disgustata.

Nessuno di loro si alza per cederle il posto.

Il marito della donna esasperato esclama: "Non prendetevela se vi chiamano bamboccioni sfigati, è quello che siete!"

Applaudo. Sono completamente d'accordo!